L'Art e la Robe

Blog sull'Arte, la Moda e qualcos'altro

La moda passa

lo stile resta

Coco Chanel

Ieri leggevo Just Kids di Patti Smith e in un punto ha raccontato il funerale di John Coltrane, così stamattina l'ho messo su mentre scrivevo questo post...

Spagna. Era l'aprile 2005 quando, in compagnia di Valeria decidemmo finalmente di passare un weekend a Madrid, eravamo emozionate e piene d'aspettative, avremmo trascorso due giorni nella capitale e avremmo visto il Prado e il Reina Sofia. 
Noi ci spostavamo sempre in autobus, era conveniente e ci piacevano le stazioni di servizio con le paste calde e il finto capuccino, che gli italiani lo sanno fare bene solo loro!
Arrivate in città non sapevamo dove andare così trovammo un albergo a una stella in pieno centro, costava 10 euro a notte. Era un po' losco e ricordo che la prima di dormire sbarravamo la porta con l'armadio. Sembrava tipo un posto per soli uomini con la barba lunga. Bevevano té in continuazione con un servizio in ottone e poi urlavano, pareva litigassero. Sempre. Comunque noi in casa ci stavamo poco, figurati, eravamo a Madrid. 
Decidemmo di vedere prima il Reina Sofia, da buone appassionate d'Arte contemporanea, nessuna delle due poteva attendere oltre questo meraviglioso incontro con i nostri amici artisti.
Entrammo decidendo di incontrarci verso pranzo, anche se ricordo che caminammo assieme per un po', distrattamente come due persone sconosciute. 
Ero emozionata, lì c'era la sala Mirò, un posto in cui sarei stata circondata e avvolta da lui. Sapevo che i nomi erano tanti e non potevo contenere l'entusiasmo finchè successe qualcosa...

Picasso.
Il mio rapporto con Pablo Picasso è sempre stato di stima reciproca, lui s'è fatto capire docilmente da me e io l'ho ammirato sui libri di buon grado ma.. c'era Mirò. Sapevo che il museo conserva Guernica e certo ero curiosa di incontrarla e affogarla nei miei occhi, volevo asciugare i suoi dettagli, mangiarli e assimilarli anche perché all'esame di Storia dell'Arte contemporanea col Prof avevamo discusso proprio di quest'opera.
Ricordo che entrando nella sala, il dipinto stava sulla destra in una posizione, giustamente, privilegiata e per la terza volta nella mia vita calai negli Abissi occulti dell'Arte.
Inspiegabilmente, senza senso, iniziai a correre, urtando qualche passante ma non ero io a guidare i movimenti, no era Guernica.
Arrivai davanti a lei, penso che Valeria mi abbia detto qualcosa, forse "ci vediamo dopo" ma non ne son sicura perché piombai in uno stato di silenzio totale. Non è un racconto romanzesco, è la verità, questa è una storia vera. Le persone scomparvero e io entrai nella tela. Rimasi immobile, contagiata da quella sofferenza, la madre, quella dannata lampadina. Sentivo l'odore di macerie mista a urina e respiravo tensione. Ero dentro il quadro. Non so quanto tempo rimasi così ma mi "risvegliai" col volto coperto di lacrime. Quest'emozione l'ho provata solo tre volte nella vita: al colosseo, al campanile di Giotto a Firenze e con Guernica. Stop. Quando mi accorsi di aver pianto, non ricordavo. Ero molto turbata, perché una cosa così è indelebile. Continuai a passeggiare per il museo, vidi moltissime cose meravigliose che ora non ricordo perché Guernica è prepotente, devasta ogni memoria e si prende il podio con irruenza. Mi comprai una cartolina. 
Pablo Picasso Guernica


Marianne Faithfull
La sera passeggiammo sino al Palazzo Reale, caminammo delle ore mangiando un gelato, bevendo un espresso finto e tutte queste robe da turisti. Parlammo delle nostre emozioni al Reina Sofia. La sera non eravamo intenzionate a fare movida spagnola, stavamo in Spagna da Settembre, noi volevamo fare cose quiete, così entrammo in un bar anni 50, in stile americano, tipo quelli dei quadri di Edward Hopper, che solo a scriverlo ho la pelle d'Oca. Edward Hopper. Di nuovo. Scoprimmo che questo caffé nascondeva un piccolo cinema e la sera proiettavano la prima sottotitolata di The Aviator. Comprammo un biglietto. 
La mattina seguente, la domenica, decidemmo di andare al Prado. Entrammo in questo museo -villa-castello-immenso. Rischiai d'essere arrestata per aver scordato di togliere il flash mentre fotografavo la Fucilazione di Francisco Goya. La macchina era la mia prima digitale, comprata apposta per il mio viaggio in Spagna. La vastità dei fiamminghi, che per altro mi piacciono moltissimo, fu però davvero estenuante e poi non la smettevo di pensare a Guernica. Ci ritrovammo casualmente, io e Valeria, mentre cercavamo una panchina libera, ci guardammo in faccia, dopo circa 4 ore che giravamo il museo e insieme dicemmo: "Ce ne andiamo?". Fu una liberazione, avevamo sbagliato a partire con il Reina Sofia ma ormai il danno era fatto. Mentre uscivamo comprammo il biglietto per una mostra sui cristalli del delfino di Francia. Una collezione allucinante sulle meravigliose e trasparenti architetture in vetro, comunemente chiamate bicchieri, che furono create per il piccolo Luigi XIV. Uscendo comprai una cartolina della fucilazione, glielo dovevo a Goya, dopo la prepotenza del mio flash!
Fuori c'era una bancarella che vendeva libri a prezzi scontatissimi e mi regalai l'autobiografia di Marianne Faithfull. Libro meraviglioso che custodisco ancora con amore. Marianne è una grande artista e una penna d'oro.  
Pablo Picasso Guernica



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Stamattina ho aperto gli occhi pensando intensamente a Georg Simmel, così sono uscita rapidamente di casa, ho comprato un paio di baci dama, mi son bevuta un caffè e ho inizato a ragionare su cosa avrei scritto. Purtroppo i libri di Georg sono a casa di mia madre, quindi mi sono accontentata del web e delle mie amorevoli reminiscenze.
Quando qualche anno fa mi documentavo per la Tesi, il cui argomento è la moda del 1200, mi sono appassionata a un fenomeno sociale chiamato Trickle-down (goccia a goccia) di Georg Simmel, secondo cui tutti gli avvenimenti sociali (dalla moda all'aumento delle tasse) avvengono con la tecnica del contagocce. Questa strategia di ammaliamento della società DI CUI NOI SIAMO VITTIME diffonde certamente i fenomeni sociali della moda e del costume MA ANCHE i raggiri economici inferti alla popolazione. Il risultato alla fine di questo giochino è tremendo, quando si giunge alla CONSAPEVOLEZZA e le carte son scoperte, la situazione del raggiro sembra irreparabile e insostenibile. Inoltre la massificazione del pensiero e degli atteggiamenti tende a spersonalizzare gli individui rendendoli più omogeneamente controllabili.

Occorre appena ricordare che le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto. Da una parte la vita viene resa estremamente facile, poiché le si offrono da ogni parte stimoli, interessi, modi di riempire il tempo e la coscienza, che la prendono quasi in una corrente dove i movimenti autonomi del nuoto non sembrano neppure più necessari. Dall'altra, però, la vita è costituita sempre più di questi contenuti e rappresentazioni impersonali, che tendono a eliminare le colorazioni e le idiosincrasie più intimamente singolari; così l'elemento più personale, per salvarsi, deve dar prova di una singolarità e una particolarità estreme; deve esagerare per farsi sentire, anche da se stesso. (Georg Simmel da La metropoli e la vita dello spirito)

Lo stesso avviene nella moda, quando un abito all'ultimo grido  arriva nel vostro armadio, sappiate che è già superato da un pezzo, ciò significa che quando l'informazione, così come un vestito, giunge nelle vostre mani questo è già obsoleto, superato, in vanzato stadio di. 
Scrivo questa riflessione per due motivi, il primo è chiarire che TUTTI i fenomeni sociali, compresi quelli frivoli come la moda, sono cose importanti che descrivono un momento della nostra Storia, quando osservo le persone per strada o le pop star in Tv io mi domando sempre cosa stiano rappresentando, non in quanto individui ma in quanto società. Mi spiego meglio, guardiamo al passato, agli abiti tradizionali, alla  minigonna ai colletti arrotondati e a quelli a punta. Oggi sono esempi lampanti di un modo di vivere di una data epoca. In tutto questo alcune personalità, pensiamo a Madonna, sono riuscite, anche attraverso l'abbigliamento a modificare la cultura POPolare.
La moda è un modo di vivere, di pensare e di essere legato a un’epoca o a una società, ed è per sua stessa essenza effimera, passeggera, fuggevole. Georg Simmel
Il secondo motivo per cui scrivo questo pensiero è che questa stanchezza e arrendevolezza generale, questo scoprire il danno e la beffa con largo ritardo è parte di un gioco a carte la cui posta in gioco è davvero troppo alta, siamo inconsapevoli, stanchi, ci cascano le braccia. Come mai? Eppure solo 40 anni fa la gente sbraitava in piazza e otteneva risultati, cos'è cambiato? Ma la società naturalmente, il consumo e i bisogni che non sono reali. L'obsolescenza rapida delle cose, la caducità e sfaldamento dei sentimenti sempre meno autentici. Tutto questo è un disegno di cui noi siamo solo fumetti. 
Cosa possiamo fare per invertire questa cosa?
Ovviamente non ho le soluzioni in mano ma per quel poco che ho letto e studiato l'Arte è sempre stata la più importante forma di cambiamento. Quindi cerchiamo di essere creativi e di amare le cose che facciamo perchè il mondo ha bisogno di persone che amino ciò che fanno. Solo l'interesse reale per le cose che ci stanno a cuore, la dedizione, la pazienza e il coraggio di esprimere noi stessi come individui, promuovendo l'unicità e non l'omologazione possono a mio avviso risvegliare i nostri sensi assopiti. 

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Moda Futurista: tempere e disegni di Giacomo Balla
La mostra"Moda Futurista: tempere e disegni di Giacomo Balla" si trova a Cuneo nel museo della seta cittadino e rimarrà aperta sino al 7 giugno 2015.
La mostra ha l'obiettivo di portare agli occhi dei fruitori il rapporto diretto fra Arte e Moda, dialogo particolarmente acceso in epoca futurista. L'esposizione include circa 40 bozzetti che Balla ha realizzato tra il 1914 e il 1929, tra questi molto interessanti le 28 tempere 23x24 cm pensate per foulard.
Vorrei sottolineare che il Futurismo mirò a espandere la sua influenza a tutti i ranghi del sapere e dopo il Manifesto di Marinetti ne sorsero moltissimi come quello sulla cucina  e quello sulla moda futurista.
Il corpus espone interessanti opere di Giacomo Balla provenienti da Casa Balla a Roma e oggi facenti parte di una collezione privata, tutti realizzati dall' artista per stoffe, ricami, foulards, sciarpe, cuscini e tappeti. I progetti sono per lo più tempera su carta, nel suo inconfondibile stile multilivello. 

La Ricostruzione futurista concepita da Balla è un complesso progettuale che abbraccia il generale e il particolare senza nulla trascurare: dall'abito intero al tessuto, dal ricamo al bottone, dal foulard al ventaglio, dalla cravatta al modificante (applicazione in stoffa, di ampiezza, spessori, disegni e colori diversi da disporre quando si voglia e dove si voglia sul vestito) o alla sciarpa, dal cuscino al tappeto.*
 

I Bozzetti di Balla ben allineati con il Manifesto per la Ricostruzione futurista dell’Universo, spiegano come applicare il "dogma" futurista a tutti frangenti della vita quotidiana ciò è dimostrato dalla versatlità degli stessi progetti che ben si adattano a supporti differenti come stoffe, mobili, foulards, ceramiche o cuscini. L'allestimento utilizza il plexigrass che permette di vedere le opere Fronte e retro.

La pittura futurista nel distruggere l’immobilità in ogni cosa è trasportata nell’impressionante caos dell’azione dinamica universale dipingendo non solo la successione dei movimenti nel loro spostamento, con analisi oggettive, ma superando immediatamente queste difficoltà è andata nella grande ricerca e nel dominio dello stato d’animo con delle nuove forme astratte ed equivalenti.

Giacomo Balla

*dal comunicato stampa della Mostra

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Warhol Debbie Harry
Negli anni 70' Debbie Harry, cantante dei Blondie, era una delle donne più cool del mondo della musica. I suoi caschetti biondo platino, zigomi sempre in evidenza e mille strati di Phard (oggi lo chiamano Blush!), come il suo infinito gusto nel vestire e l' attitudine da rock star, l'hanno resa una vera icona di stile. 
Cresciuta in New Jersey arrivò a New York nella seconda metà degli anni 60' dove, per sbarcare il lunario, faceva la cameriera, la ballerina e la coniglietta di playboy. Assieme a Chris Stein formò i Blondie nel 1974;  il nome della band fu scelto ispirandosi a come gli uomini la chiamavano quando camminava per strada.
debbie harry icona

Il suo stile era un vero remix di influenze di ogni tipo, dagli anni 60' al punk, passando per il glam. Nelle prime esibizioni della band si fece notare per le minigonne nere cortissime e i jeans strappati, ma con l'affinarsi del suono della band, cambiò man mano anche il suo stile, spostandosi più verso il glam punk, Debbie amava indossare vestiti con una spalla sola. La cantante non ha mai avuto paura di pensare "outside the box" ovvero fuori dagli schemi, mescolando liberamente i capi d' abbigliamento, inoltre tra le altre cose era anche bellissima, in un'intervista qualche anno fa ha dichiarato:
"non facevo caso a come mi vestivo, ma come la band ha iniziato a farsi conoscere il manager e altre persone iniziarono a dirmi cosa dovevo indossare, a me non importava un granché, così la Debbie meglio vestita che conoscete non è stata esclusivamente farina del mio sacco"

La sua bella voce e l'attitudine un po' sopra le righe hanno contribuito a renderla una vera icona di stile, una versione punk di Marylin Monroe, con la sua pelle di porcellana, labbra lucenti e vestiti da paura, insomma una vera icona di stile.
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Iris Apfel è lo stile.
Quell'eleganza senza età, densa di rughe che vengono indossate una saggia e giovanile irriverenza, ha reso questa interior designer di New York, una vera icona di stile. Il suo abbigliamento sopra le righe, eccentrico ma mai troppo eccessivo l'ha resa una delle donne più ammirate al mondo. 
Nata nel 1921 nel Queens, dopo la laurea in Storia dell'Arte, Iris Apfel  ha collaborato come interior designer con Elinor Johnson, per poi aprire una azienda tessile, la Old World Weavers che ha chiuso i battenti nel 1992. Dagli anni 50' ai 90' Iris si è occupata di interior design, gestendo personalmente, tra le altre cose, alcuni lavori per la Casa Bianca per accontentare ben 9 presidenti. Attualmente la 93enne più cool del pianeta di occupa di stile, tiene delle lezioni in giro per il mondo e lo scorso anno è stata nominata dalla rivista Guardian una delle donne meglio vestite sopra i 50 anni. Nel 2005 il Metropolitan Museum of Art di New York le ha dedicato una retrospettiva intitolata "Rara Avis (rare bird): the irriverent Iris Apfel": a 84 anni, oltre 80 vestiti della sua collezione personale sono diventati una mostra che dopo New York ha girato gallerie e musei di tutto il mondo. L'ineguagliabile gusto della Apfel, eclettico, vero mix di pret a porter, moda esotica e accessori di ogni tipo, hanno fatto della sua irriverenza un emblema del gusto. La collezione d'abiti è una summa di tutte le influenze e combinazioni che confluiscono nel suo spirito creativo. 
 È inoltre stato prodotto un documentario intitolato "Iris Apfel film", ecco un'interessante promo, per maggiori informazioni vi rimando alla pagina web

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old-baby.com
In tanti vi sarete chiesti: "che cos'è lo street style?"
Lo street style è una definizione di origine inglese che si usa per indicare la moda di strada, quotidiana, creata da persone comuni che, con la loro creatività, gestiscono il proprio armadio in maniera sperimentale, pop e glamour. Insomma una moda fuori dalle passerelle in cui le tendenze vengono stravolte con fantasia; questa moda è giovane e fresca. La dimensione quotidiana funge da presupposto catartico che svincola e libera le persone da qualsiasi tendenza: in strada la moda è un vero remix di idee e colori in cui gli stilisti di grande fama non dettano le regole, anzi, numerosi marchi mandano on the streets dei veri cacciatori di moda, che fotografano, appuntano e riportano agli Stilisti tante idee che gli siano fonte di ispirazione per creare collezioni da passerella, tra quelli che utilizzano questa tecnica ricordiamo Vivienne Westwood e Yves Saint Laurent.
keepthebeat.mango.com
Girovagando qua e là per le grandi città, e non solo, si scoprono nuovi modi di intendere l'abbigliamento, ci si può infatti imbattere in veri cultori dello stile che personalizzano qualsiasi cosa, sembra banale ma è il gusto personale che rende unico lo street style in cui la quotidianità, ben lontana dalle passerelle, dona all' abbigliamento quella versatilità e praticità che spesso mancano nelle sfilate di moda propriamente dette.






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La moda definisce la storia ma nello stesso momento in cui diventa “virale”, inizia il Suo inevitabile declino. Pensiamo alle nostre vecchie foto, quando ci capitano tra le mani una delle domande più ricorrenti è “ma com’ero vestita?” Inoltre tanti negozi oggi copiano modelli prestigiosi riproponendone versioni popolari adatte a tutti quelli che, con forse troppa attenzione, seguono le tendenze lanciate dalle grandi Star.


Com’era la moda un secolo fa?
Negli anni Dieci del 900’ la moda era ancora elitaria, anche se il processo di trasformazione delle tendenze si era già, tuttavia, allargato alle famiglie borghesi grazie alla Rivoluzione Francese. In effetti le signore dell’Alt(r)a Società delle più grandi capitali quali New York e Roma, in quegli anni, affrontavano viaggi, spesso oltre-oceanici, per rifarsi il guardaroba con un’unica destinazione: Parigi.
Parigi in quegli anni era la capitale dell’Arte e della moda, artisti di ogni dove confluivano in questo tempio del gusto  catalizzando le proprie energie nella creazione di splendidi oggetti di alta moda, gioielli e accessori con design accattivante e innovativo.  I saloni dell’abbigliamento parigino erano un vero “status symbol” per coloro che avevano il privilegio di farne parte.  La trasferta parigina aveva come obiettivo la conquista dell’ultimo modello di lingerie o abiti da sera e i saloni erano delle vere sale per il Tè, in cui le gentil donne discorrevano di arte, moda e letteratura, guardando sfilare la dama di turno che, circondata da specchi e occhi indiscreti camminava leggiadra. L’ innovazione della moda, come già accennato, aveva subito una rapida accelerazione durante l’era napoleonica ma nel primo 900’ ebbe un’ulteriore evoluzione, anche grazie all’avvento della fotografia e del cinema muto; ben presto gli stilisti pensarono bene di immortalare le proprie creazioni: il primo a sfruttare la tecnologia nel campo della moda fu Paul Poiret, geniale artista e innovatore, un vero colosso della moda della Belle Epoque. Le sue ideazioni scombussolarono la tradizionale concezione della moda, provocando un radicale cambiamento nell’approccio al mondo della stoffa, creando un’immagine della donna assolutamente nuova, raffinata e disinvolta, bel lontana da quella “robotica” costretta dai rigidi bustini ottocenteschi, prediligendo stoffe morbide che ne sottolineavano i movimenti. L’dea di realizzare un book fotografico, dimostra quanto Poiret fosse lungimirante, oltre che geniale designer. Nel 1908 pubblicò le prime immagini dei suoi modelli, disegnate per mano di Paul Iribe e nel 1911 passò alla fotografia, con l’aiuto di Edward Steichen, per la rivista “L’Art de la robe” di Paul Cornu.
Vogue l’ha giustamente definito:

"Personalità del calibro di Picasso, Le Corbusier e Bakst diedero il loro contributo alle opere di Monsieur Poiret, la cui "corte" fu in continuo fermento nel primo decennio del Novecento. Una vivacità culturale e artistica destinata a segnare un'epoca."

Sottofondo ideale:
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